Ultimi Giorni del Corallo Buono

Una storia nella storia. Un narratore sconosciuto che ci prende per mano, ci parla con garbo e competenza, a tratti anche ironia, ma tiene il volto nascosto. Fino alla fine. Fino a quando serve e tutto si svela e quadra, com’è giusto che sia quando si legge un quasi thriller psicologico, travestito però da rivisitazione sui generis del romanzo sentimentale.

Del nostro narratore misterioso contano le parole, lo scenario che mostra pian piano, animato da due personaggi, Anna e Jacques, fatti di carne, ossa, aeroporti e sogni. Simboli di come l’amore solo a volte somiglia all’idea che ne abbiamo. Perché un’idea nasce spesso dall’illusione che ci siamo costruiti per nostro uso personale, chiudendo volutamente gli occhi di fronte a discordanze e incongruenze, senza guardare veramente in faccia alle cose e perdendo contatto con la realtà.

Anna e Jacques attraversano gli anni ’70 con la loro storia, tormentata, intensa, nella quale si rispecchiano le nostre debolezze e la nostra felicità idealizzata che rincorriamo ogni giorno senza saperla veramente vedere, nell’errore comune di scambiare l’amore col possesso e nella mancanza di considerazione per l’altrui libertà.

Un libro che sembra un insieme di scatole cinesi, dimenticate in un aeroporto. Aprite la prima e provate a continuare. Finché non scoprirete la faccia del narratore. A chi assomiglia?

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