Cose poco serie...

Questa è una sezione che mi è sembrato opportuno aggiungere in quest'epoca buia e molto seria. Come vedete il titolo è "Cose poco serie". Ma come! - diranno i miei affezionati lettori, E allora lo spread, la koiné, le epifanie, la tripodia giambica, il fondamentalismo islamico, il colesterolo e le vaccinazioni, dove li mettiamo?
In salvo, al sicuro, dico io, ci mancherebbe altro! Ma ogni tanto mi viene anche voglia di ridere. Un difetto congenito.

I dialoghi del tram_12

I dialoghi del tram_12

 

-La vedo corrucciato, oggi...

-Lo sono, devo ammetterlo. Ho avuto una discussione alquanto animata con il condomino che abita sopra di me. Da una settimana faceva un baccano tremendo tutte le sere dopo cena, io mi sono lamentato, e lui mi ha detto che il regolamento condominiale non proibiva di spaccare la legna fino alle 22.30

-Spaccare la legna?

-Mi ha spiegato che parteciperà a una Gara degli Spaccalegna. La gara si svolgerà durante le feste del Santo patrono nel suo paese natale, nell’alta Val Brembana e quindi lui deve allenarsi.

-Seccante, lo ammetto.

-Poi sono uscito di casa e sono rimasto imbottigliato in un ingorgo stradale pazzesco dovuto ad un corteo di protesta di non so chi. Sono riuscito a tornare a casa, rimettere la macchina nel box, e sono andato a piedi. Cinque chilometri a piedi, capisce? Una giornata decisamente no.

-Suvvia, non se la prenda. Non tutti i buchi hanno intorno una ciambella, come diceva argutamente la baronessa Amelia de Melincourt.

-Chi è la baronessa Amelia de Melincourt?

-Non ne ho la più pallida idea. Però quando faccio una citazione, mi piace indicare la fonte. Se non la so, me la invento.

-Comprendo.

-E comunque, dove ha dovuto andare così lontano a piedi?

-All’Ufficio contravvenzioni del Comune. Mi avevano dato una multa perché avevo parcheggiato dieci minuti dentro le strisce blu, senza esporre il contrassegno. All’addetto dietro lo sportello ho fatto presente che ero andato a fare una donazione di sangue, e gli ho mostrato la documentazione probante.

-E lui?

-Mi ha guardato con aria severa e mi ha detto: solve et repete.

-Perbacco! E lei?

-Be’, che potevo fare, ho pagato. Ma mi girano, come ha detto argutamente il presidente Marchionne. Si rende conto: tutti gli automobilisti del mondo quando vanno a contestare una multa, si trovano davanti una faccia da schiaffi che li sfotte al di là di un vetro, ma qui da noi ti prendono per il culo in latino, ma si rende conto!?

-Tenga presente che qui siamo nella culla del diritto...

- Qui siamo nella culla dei... oddio, scusate devo scendere, scusate lasciate passare... ne parliamo la prossima volta! 

-Alla prossima, caro.

I dialoghi del tram_11

-Oh, caro professore!

-Ci conosciamo?

-Lei non si ricorda di me, ma io la riconosco: lei è l’epistemologo ermeneutico!

-Complimenti, davvero molto fisarmonicista.

-Veramente non suono questo strumento... ah, capisco, un lapsus, si intende, voleva dire fisionomista.

-No, se dico fisarmonicista, intendo fisarmonicista. Sta a chi ascolta interpretare, decostruire, elaborare e rimontare la semantica del messaggio.

-Ma non sarebbe più comodo...

-No. La parola è un medium. Lei avrà certamente letto Herbert Marshall McLuhan.

-Mi sembra di no.

-Ci avrei scommesso. McLuhan ha detto: il medium è il messaggio. La parola è un medium, quindi la parola è un messaggio. E i messaggi vanno interpretati. Chiaro, no?

-Forse mi è sfuggito qualcosa...cosa ha detto questo McLuhan?

-Il medium è il messaggio.

-Il medium...  quello che fa comparire gli spiriti dei defunti?

-Ma lei proprio non capisce un cazzo!

-Mi scusi.

-Medium è il singolare, in latino, di media, i mezzi, i mezzi di comunicazione. Chiaro?

-Chiarissimo.

-Mi faccia un esempio, per dimostrarmi che ha capito.

-Dunque... il tram è un mezzo di trasporto, il tram è un medium, il tram è il messaggio.

-Non ci avevo mai pensato.

-Vede? A volte l’evidenza è sotto i nostri occhi, e non riusciamo a vederla.

-Lei è molto perspicacio.

-Questo lo ammetto, faccio equitazione. Sono perspicaciocavallo.

-In che senso?

-Ne parliamo un’altra volta, adesso devo scendere. Buona giornata, alla prossima! 

-Alla prossima.

I dialoghi del tram_10

-Che piacere rivederla. Siamo mattinieri oggi!

-Eh, sì. Sto andando in banca a portare i documenti per un mutuo. Mia figlia, ha avuto un bambino, il terzo, pochi giorni fa.

-Complimenti, nonno!

-Grazie.  Ecco, come dicevo, sa com'è, con tre bambini in casa occorre qualche metro quadrato in più e mia figlia vorrebbe compare un appartamento più grande. Io e sua madre ci siamo offerti di finanziare l'acquisto, ma i ragazzi sono orgogliosi, hanno detto no: se volete aiutarci fateci avere un mutuo, per le rate ci pensiamo noi. 

-Capisco. E com'è oggi ottenere un mutuo?

-Be’ qualche difficoltà c’è, ma insomma speriamo di farcela. Se i ragazzi vendono l’appartamento dove stanno adesso, attuale, la differenza per comprare quello nuovo è di seicentomila euro.
In banca naturalmente mi hanno chiesto garanzie: fortunatamente siamo una famiglia molto unita, e ci siamo mobilitati tutti. Mettendo insieme le mie proprietà, quelle di mia moglie, quelle dei consuoceri, anche i miei fratelli si sono prestati all'operazione
,  e anche una zia che possiede un building a New York, insomma possiamo offrire garanzie reali per oltre un miliardo di euro, e a fronte di questo il direttore mi ha detto che possiamo star tranquilli, che almeno quattrocentomila a mia figlia lo possono finanziare.

-Se fossi in lei sarei un po’ deluso… forse a cinquecentomila poteva arrivare.

-Vabbè, accontentiamoci. Cambiando discorso, l’accenno alla zia di New York mi ha ricordato una riflessione che ho fatto stamattina al bar.

-Le sue riflessioni sono sempre interessanti. Mi dica.

-Dunque ho ordinato un cappuccino, e per prima cosa il barista mi ha chiesto se volevo della polvere di cacao. Gli ho detto che per me era uguale e lui mi ha guardato molto deluso, quasi offeso. Nel frattempo gli avventori vicino a me hanno ordinato agli altri baristi  i loro caffè: normale, lungo, molto lungo, ristretto, molto ristretto, macchiato, nero con latte caldo a parte, nero con latte freddo a parte, d’orzo in tazza grande, shekerato con vaniglia, shekerato senza vaniglia, con cacao dolce, con cacao amaro, con scorza di limone, corretto grappa, corretto amaro… cappuccino con panna e senza panna, frappuccino… roba che se facessi il barista andrei al neurodeliri dopo mezzora.

-Davvero, che fantasia abbiamo! E lei cos'ha pensato?

-Che quei politici che alcuni anni fa sognavano un sistema politico bipolare in Italia, vivevano d’illusioni. Se ci pensa bene, i sistemi bipolari perfetti o molto vicini alla perfezione esistono solo nei paesi anglosassoni, e sa perché?

-Me lo dica lei.

-Perché la gente al mattino o dopopranzo, quando entra in un bar dice: per favore, un caffè. Oppure per favore, un tè. Tertium non datur.

-Interessante, non ci avevo mai pensato. Ecco, sono alla mia fermata. Ci vediamo presto, spero. 

- A presto, caro!

I dialoghi del tram 9

-Sto scrivendo un romanzo surrealista.
-Ah benissimo, interessante… a che punto è?
-Ho scritto la fine, per ora.
-Sarebbe a dire?
-La scena finale, l’epilogo, drammatico e sconvolgente. Glielo leggo?
-Ma certo, ci mancherebbe.
-Si tratta di un dialogo tra i due personaggi principali, due superstiti del Titanic. Si viene a sapere che in realtà il piroscafo non è mai affondato. Il comandante dopo aver dato l’ordine di abbandonare la nave, con un manipolo di pochi ufficiali e marinai scompare nella notte e fa rotta per Montevideo, dove la nave viene venduta sotto falso nome alla mafia cinese di Hong Kong. 
-Perbacco, piacerà ai complottisti!
-Ma ecco il dialogo finale tra i due superstiti. Il primo racconta al secondo una scena d’amore della quale è stato testimone, tra una donna bellissima, una miliardaria brasiliana, e il barista del bar di prima classe. La donna deve prendere posto nelle scialuppe, ma non vuole abbandonare l’uomo della sua vita.
-Commovente! Dunque mi legga il dialogo.

-Ecco.
“Capisci, la donna si gettò in ginocchio ai piedi dell’uomo e alle sue gambe si abbarbicò.”
“Cosa fece?”
“Si abbarbicò.”
“Ah, però… si abbarbicò.”
“Proprio così. Si abbarbicò.”
“E lui cosa disse?”
“Ambarabbacciccicoccò.”
 
-Insolito, davvero! E poi?
 

-E poi niente. Il romanzo finisce qui.
-Capisco. Molto promettente. Vada avanti e mi telefoni quando ha scritto il resto.
Buonasera.
-Grazie, buonasera.

I dialoghi del tram_8

-Oh, eccola qui! Se non sbaglio è un po’ che non ci si vede.

- Davvero. Sono andato al mare per un paio di settimane.

-Beato lei! Io ci andrò in settembre.

-Se è fortunato col tempo, è ancora meglio di agosto.

-Speriamo in bene. Ha scoperto qualcosa di buono, qualche specialità locale notevole?

-Ma, non saprei... una sera sono andato in un bel ristorante aperto da poco da uno chef, uno di quelli che ha vinto un’importante gara televisiva di cucina, ha presente?

-E come no! Ormai non si vede altro.

-Ecco. Dunque ho ordinato un antipasto e un primo. L’antipasto era molto elaborato, veramente una specialità.

-Me lo racconti, ho già l’acquolina in bocca.

-Dunque, me lo sono imparato a memoria, tanto era affascinante: erano fegatini di fagiano, aromatizzati all’armagnac e al coriandolo, con julienne di quiabo appassita al coulis di anguria e sale azzurro del Tibet, su un letto di emulsione di goji e pepe lungo del Madagascar. 

-Azz... mi scusi, volevo dire perbacco, che fantasia! E mi dica, com’era?

-Be’, cosa vuole che le dica, strano, ecco non avevo mai mangiato niente di simile.

-Di secondo cos’ha preso?

-Ah, qui mi sono detto: andiamo sul classico. Una bella parmigiana di melanzane.

-E com’era?

-Non so se posso permettermi...

-Si permetta.

-Non vorrei osare troppo...

-Osi!

-Glielo dico sottovoce: faceva veramente cagare! Se fosse stata una partita di pallacanestro, quella di mia mamma vinceva centoventicinque a zero.

-Non ci sono più le mamme di una volta.

-No, e neanche le melanzane.

-Io scendo qui, ci si vede.

-Lo spero proprio. A presto!

 

I dialoghi del tram_7

-La vedo pensoso...
-Ah. Mi scusi, non l’avevo notata. Sto sempre a rimuginare cose di poco conto, bagatelle, non mi voglio atteggiare a studioso con la testa fra le nuvole, che poi faccio figuracce e non saluto le persone...
-Ma è bello lasciare vagare la mente, e arzigogolare su cose, fatti, oggetti e nomi magari di non grande importanza, ma inconsueti, strani, mai sentiti prima!
-Ecco, ha colto precisamente nel segno. Io mi picco, è un’innocua mania, le assicuro, di conoscere quasi tutte le parole della lingua italiana. Tanto è vero che non ci sono parole crociate della Settimana Enigmistica che riescano a mettermi in difficoltà.
-Ah, complimenti, mi congratulo vivamente.
-Ma si figuri... roba da niente. Ma naturalmente, quando mi trovo un “9 verticale” di sei lettere come quello che mi è capitato ieri, e non riesco a venirne a capo, la cosa mi disturba, a dir poco.
-La capisco. Com’era la definizione?
-“Una specie di agrume sardo”; va da sé che non era limone.
-Già, sarebbe stato troppo facile e comunque non tipicamente sardo. E quindi?
-Quindi mi massacro su dizionari e Wikipedia, finché trovo la soluzione. L’agrume in questione è la pompìa. Wikipedia ci fa sapere che la pompìa, Citrus limon varietà pompìa, è una varietà di limone della Sardegna, diffusa in particolare in alcuni comuni tra cui Orosei. Fino al luglio del 2015 veniva definita col nome di Citrus monstruosa, il quale non era però riconosciuto a livello accademico. 
-Interessante!
-La stessa fonte poi ci dice che le origini della pompìa non sono ancora chiare; la teoria più accreditata è quella che si tratti di un ibrido tra cedro e limone, anche se alcuni studiosi parlano di un ibrido tra cedro e pompelmo. Ciò che è certo è che la pompìa è tra gli agrumi più rari di tutto il mondo: fino a venti anni fa non esisteva che qualche centinaio di alberi.
-Perbacco, una vera perla culturale! Confesso che non ne avevo mai sentito parlare. Dunque un altro trionfo contro le parole crociate più difficili!
-Sì, certo, la cosa mi ha dato soddisfazione. Ma ho un tarlo che mi rode, per così dire...
-Me ne vuole parlare? Se posso esserle utile...
-Ecco, mi domando: se mettendo in infusione con alcol e zucchero le scorze di limone, si produce un liquore che si chiama limoncello, come si potrebbe chiamare il liquore analogo fatto con la pompìa?
-Oddio, chiacchierando non mi sono accorto che siamo alla mia fermata. Le prometto che ci penso su, e se mi viene qualche idea la prossima volta ne parliamo.
-A presto, caro!

I dialoghi del tram_6

-Diciamo pane al pane e pino al pino. Questi tram sono storici e pittoreschi, ma anche assai scomodi!

-Sono d’accordo, ma me lo ricordavo diverso.

-Il tram?

-No, il proverbio.

-Io lo preferisco così. I proverbi come espressione della saggezza radicale della koinè dell’ethnos non sono scolpiti nella pietra ma, al contrario, sono interpretabili e mutabili.

-Non ci avevo mai pensato. Lei è un sociologo?

-No, sono un epistemologo ermeneutico.

-Ah, complimenti!

-Non c’è di che. Vede, se io le dicessi: “Non c’è peggior sardo, di chi non vuol sardine”, lei cosa penserebbe?”

-Se posso permettermi...

-Si permetta.

-Una vera cazzata, così di primo acchito.

-Invece no. I proverbi fanno parte della cultura popolare quindi, in quanto cultura, sono interpretabili scientificamente e i loro significati criptici possono essere portati alla luce, con gli strumenti dell’epistemologia e dell’ermeneutica.

-Comprendo.

-Ciò è agevole di fronte a proverbi semplici, come: “Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino.”

-Davvero, questo è chiaro. Ma quella cosa delle sardine...?

-Per affinare le proprie capacità analitiche uno deve porsi davanti a “modelli- nonsenso”, almeno apparentemente. Ci pensi un momento: la Sardegna è un’isola, quindi un territorio circondato dal mare.

-Su questo non ci piove.

-Nel mare ci sono pesci, molluschi, crostacei e cefalopodi. Quindi possiamo pensare che le popolazioni isolane basino largamente la loro alimentazione su queste categorie di alimenti.

-Mi sembra ragionevole.

-E dunque cosa significa che un sardo non vuole le sardine?

-Forse non gli piacciono...

-Questa è la tipica spiegazione banale, basata sul rasoio di Ockham, che viene per prima alla mente dell’incompetente. Invece no, occorre analizzare in profondità: un sardo che rifiuta la sardina esprime il distacco dalle proprie tradizioni alimentari, e quindi culturali, tenendo conto anche dell’affinità radicalica tra “sardo” e “sardina”. Egli rifiuta dunque la propria “sardinienkeit”. Il proverbio esprime esattamente questo: ci sono quelli che non vogliono integrarsi nel proprio gruppo sociale, degli outcast che rifiutano tutto e tutti e vogliono vivere una vita diversa da quella assegnatagli dal destino.

-Impressionante! Be’, io scendo alla prossima. Sa, mi ha fatto venire in mente una cosa: la mia gatta del lardo se ne fotte, ma va pazza per le sardine. Buongiorno, ci si vede. 

I dialoghi del tram 5

-Le interessa quello che sto leggendo?

-Mi scusi, non volevo essere invadente... però non ho potuto fare a meno di notare che sta leggendo un libro molto interessante, un grande romanzo moderno di duemila anni fa, Metamorphoseon libri XI. Lo legge direttamente in latino?

-Sì.

-Con il testo a fronte e la traduzione a destra?

-No.

-Perbacco, ma allora certo che il latino lo conosce bene! Lei è un professore?

-Mai studiato il latino in vita mia.

-Sono confuso.

-Il fatto è che ciò che conta non è quello che sei, ma quello che gli altri pensano che tu sia. Vede, lei ha pensato che io sia un professore. Per esempio, se lei si mettesse gli stessi occhiali di Yves Saint Laurent che usa Piero Angela, visto che un po’ anche gli somiglia, la gente penserebbe: quello lì deve essere uno intelligente. Invece magari lei è una testa di cazzo. Si fa per dire, naturalmente.

-Naturalmente.

-Bisogna diffondere cultura. Basta diffonderla: di questi tempi, possederla non è indispensabile.

-Ma così si rischia di diffondere cretinate, non la cultura.

-Questo è precisamente quello che sta succedendo. Ma l’effetto è sensazionale. Pensi a questo: se io le dicessi, che ieri la mia compagna mi ha sbattuto fuori di casa e io...

-Ma cos’era successo?

-Non è importante. Mi ha sbattuto fuori di casa e io lì a piagnucolare tutto il giorno per farmi riaprire, lei cosa direbbe?

-Che lei è proprio una testa di cazzo. Si fa per dire, naturalmente.

-Naturalmente. Ma io non le dico questo: le dico che ho passato il pomeriggio, emettendo un disperato paraclausithyron davanti alla porta chiusa della mia amata. Ecco, adesso lei cosa direbbe?

-Non lo so, non conosco il termine.

-Fa niente, neppure io prima di leggerlo sulla Settimana Enigmistica. Però è una bella parola che fa colpo! 

-Questo è vero. Be’, adesso devo scendere, la saluto e complimenti! Visto che le piacciono le parole difficili, le dirò che Lei è proprio un grande orchiclasta e caput mentulae!

-Ma grazie!

I dialoghi del tram 4

-Eccoci, qui, ormai sta diventando un’abitudine!

-Beh, sa com’è, il tram è il vero social network di noi anziani...

-Piano con queste definizioni avventate: anziani? No. Non è politically correct! Noi siamo senior citizens.

-Ah, mi scusi. In che lingua?

-In inglese.

-Ecco, buono a sapersi.

-Dove va di bello?

-Ho un problema con una società telefonica, che vuole da me 248 euro. Solo che non ho capito perché.

-Ma lei ha un contratto con questa società?

-Mai visti, né conosciuti. Solo che loro dicono che ho accettato un contratto telefonico e televisivo, con tre canali porno gratuiti, per via telematica. Dicono che ho cliccato...

-Cos’ha fatto?

-Ho cliccato, vuol dire che secondo loro ho schiacciato un tasto che corrispondeva a “sì” e che quindi se adesso voglio uscire dal contratto devo dargli questi soldi. Ma io sono sempre stato cliente di un’altra società, che c’era già ai tempi di mio padre...

-Sa cosa le dico? Non si può andare avanti così! Guardi lei mi è simpatico, il suo nome lo ricordo, voglio aiutarla. Come si chiama la società?

-Telomet o Telinfil, non ricordo, una delle due. Comunque il concetto è quello.

-Va bene, telefono a un mio cugino in Sicilia. Vedrà che non sarà più molestato.

-Troppo gentile, fa piacere che ci sia ancora una giustizia in questo Paese!

 

 

I dialoghi del tram 3

 

-Oh caro signore, mi fa piacere rivederla qui sul 19!

-Anche a me, davvero. Come vanno le cose?

-Stamattina così così.

-Che succede?

-La notte scorsa ho avuto un terribile incubo.

-Che cosa sgradevole. Cos’ha sognato, se posso chiedere?

-Ma certo! Dunque nel sogno avevo la mia età attuale, ma stranamente mi trovavo davanti alla lavagna e dovevo sostenere un esame di matematica. Forse era un esame della maturità scientifica.

-Ah, sì, un incubo ricorrente, conosco diverse persone che l’hanno sperimentato.

-Ecco, dunque il professore mi chiede: “Usando la notazione esponenziale in base 10 mi dica quanti minuti ha vissuto fino ad ora”. Io, rapidamente, parto dal mio anno di nascita, ore 4 a.m., faccio i conti fino al momento attuale, considero gli anni bisestili, e rispondo: “4,20768 x 10 alla sesta minuti”

-Bravissimo! – mi dice il professore. E adesso mi dica, durante questo sterminato numero di minuti, quante volte ha fatto sesso?

Io mi sento perduto. Tento una risposta:

-Dunque 52 settimane all’anno moltiplicato per i miei anni, meno le settimane che proprio non succedeva niente, meno i primi diciassette anni di vita, meno gli ultimi dieci anni, ecco, insomma... direi 1,9 x 10 alla terza.

-Ahi, ahi, ahi – mi fa lui - Non ci siamo, mi dispiace. Quanto ad autoerotismo, come siamo andati?

-Beh, qui meglio, mi sono impegnato di più, le assicuro professore! Vabbè, le do un sei d’incoraggiamento, - dice - però mi raccomando nella prossima vita s’impegni di più! Capisce, caro amico, umiliato e sfottuto così davanti a tutti.

-Non se la prenda, e segua il consiglio del professore. Mi dicono che di questi tempi è tutto più facile. Devo scendere, arrivederci.

-Grazie, arrivederci. 

I dialoghi del tram 2

 - Eh, caro signore, bisogna ammettere che il nostro pianeta offre bellezze incomparabili, luoghi di grande fascino e interesse, che hanno ispirato artisti, pittori e poeti, scultori e fotografi, musicisti e letterati, scienziati e sognatori...
- Proprio così! Qualcuno di questi luoghi le è particolarmente caro?
- Sì, nella bella stagione, il Triangolo senza bermuda, frequentavo molto da giovane...
- E adesso?
- Da quando non mi danno la patente per problemi di vista, non più.
- Perché, ci andava in macchina?
- No, non è questo il punto. Il fatto è che proprio non vedo più il Triangolo.
- Comprendo. Vabbè, io scendo qui. Mi stia bene, arrivederci.
- Arrivederci, caro.

I dialoghi del tram 1

 

-Permette?
-Mi dica...
-Vorrei sottoporle un mio breve elaborato...
-Sentiamo!
-Però prima devo premettere una cosa.
-Premetta...
-Vorrei diventare redattore della Settimana Enigmistica.
-Un’aspirazione legittima, ma assai difficile penso.
-Il sogno della mia vita...
-Sentiamo dunque l’elaborato.
-Si chiama “Spostamenti spaziali con integrazione”
-Interessante!
-Allora, ecco: la locuzione latina “Per aspera ad astra” diventa “Pera, spera Ada, stra(fatta)”
-Una struttura complessa... immagino “pera” nel senso gergale di... 
-Proprio così!
-E l’integrazione?
-(fatta). 
-Comprendo.
-Posso provare a sottoporre?
-Ma certo, sottoponga.
-Pensa che me la pubblicheranno?
-Ah, quanto a questo, chi può dirlo? Sa, gli editori, anche quelli della Settimana Enigmistica, sono tutti fatti a modo loro. Ci vuole fede e speranza.
-Nient'altro?
-Molta pazienza. Beh, io sono arrivato. La saluto.
-Io scendo alla prossima. Buona giornata.
 

L'incubo

Concorso letterario a tema: scrivete un racconto in cui si descrive un incubo.
Elaborato: 
“Ieri notte ho fatto questo sogno: ero in autostrada, verso le sei e mezza del mattino, tra Bologna e Milano. Guidavo la mia Porsche 718 Boxster, in seconda corsia, e mi tenevo non proprio sui cento trenta, lo ammetto (d’altra parte il traffico era abbastanza scarso data l’ora), diciamo sui centocinquanta. 
Ad un certo punto mi trovo davanti una fila di autoarticolati che si divertivano a sorpassarsi giocosamente tra di loro, e decido di spostarmi sulla corsia più a sinistra. Decido anche di aumentare la velocità per togliermi più rapidamente dalla gara. Mentre ero impegnato in questa manovra, sento un suono di clacson dietro di me e vedo lampeggi di abbaglianti negli specchi retrovisori.
Panico: capii subito di avere dietro di me un “white van man”, l’abominevole uomo del furgone bianco, una specie di mutanti provenienti dal sud-est asiatico, ai quali viene affidata dai grandi spedizionieri la “mission impossible” di consegnare dodicimila pacchi ogni otto ore. Dormono due ore per notte e si nutrono esclusivamente di banane, di cui hanno sempre grandi scorte sul sedile a lato della guida. Si dice che assolvano alle necessità corporali solo una volta alla settimana, la domenica.
La cosa mi innervosisce: un “white van man” alle spalle, e una ventina di autisti polacchi di TIR a destra, non è una situazione in cui uno si senta tranquillo. Accelero, sono ormai a centosettanta. Finalmente mi libero dei TIR, ma l’abominevole non molla. Stupidamente, lo riconosco, mi metto a competere col furgone Mercedes che mi sta alle calcagna. Duecento all’ora, e guadagno solo qualche metro, ma pochi secondi dopo ecco ancora gli abbaglianti a chiedermi imperiosamente strada. A questo punto schiaccio rabbiosamente l’acceleratore, duecentocinquanta. Niente, il bolide bianco mi sorpassa come se stessi guidando una Panda. Adesso però ho dietro la Polizia Stradale a sirene spiegate; rallento precipitosamente e accosto a destra. Patente e libretto. Perdo punti sulla patente e mi puniscono con una multa da fare un mutuo. Il capopattuglia mi dice che per questa volta non mi sequestrano la macchina. Visto questo sprazzo di umanità nel rude uomo della legge, gli chiedo: mi scusi, ma quello del furgone, gliela fate passar liscia? L’agente mi guarda male, ecco adesso cambia idea e mi sequestra l’auto, penso. 
Invece no, sospira e mi dice: non possiamo farci niente, con i nostri mezzi non riusciamo a raggiungerli e anche se li denunciamo in base al numero di targa, il furgone risulta sempre intestato a qualcuno che può facilmente dimostrare che in quel giorno era nello Sri Lanka o nelle Filippine a compare partite di banane. Ah, ecco, le banane, dico io, ma com’è possibile che vadano a quella velocità? Sono mezzi speciali, dice lui, che la Mercedes fornisce esclusivamente ai “white van men”: sono dotati dei motori usati e revisionati di Rosberg e di Hamilton. 
E qui finisce il sogno o per meglio dire, l’incubo: mi sono svegliato, tutto sudato, in preda a un forte malessere.”

Proverbi popolari

La prima gallina che canta ha fatto Sanremo.

 

Il lupo perde il pelo, e va all'ospizio. 

 

Tanto va la gatta al lardo, che si alza il colesterolo.

 

Donne e maturi, gioie e dollari.

 

Chi dice donna, dice dammela.

 

Chi rompe, non paga; e si tolga dai cocci. 

 

Del seno di poi, son pieni di silicone.

 

Una ciliegia tira, l'altra non fa un cazzo.

Frammenti dal poema detto "facebuk"

Per me si va nel facebuk dolente,

per me si va ne l'etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:

fecemi la zuckerberga potestate

la somma sapienza e 'l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose postate

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi che non piaciate.

 

Quaderni di letteratura. Maggio 3018.

 

Questi versi, ritrovati recentemente, e attribuiti ad un oscuro poeta lombardo del medioevo, tale Dante Alfieri, sono assai difficili da interpretare, sia per l’arcaicità della lingua, sia per una intrinseca difficoltà dei concetti esposti.

Sembra ormai accettata dalla maggior parte degli studiosi l’ipotesi avanzata una decina d’anni fa dal Finkelstein, che il “facebuk” fosse un innocuo passatempo in auge oltre mille anni fa. Non serviva assolutamente a niente salvo che tenere in contatto moltissime persone che altrimenti si sarebbero felicemente ignorate. Però una volta entrati nel gruppo, vigevano regole severissime dalle quali non si poteva derogare. Una delle quali era che bisognava almeno far finta di sapere che gli altri consoci esistevano. Secondo il Marignac-Busseol c’era l’abitudine, tra i membri del facebuk, di commentare o almeno di indicare un gradimento a quanto enunciato da qualcun altro dei convenuti.

A questa interessante ipotesi si riallaccia il lavoro della Ludmila Yaroslava, della II facoltà galattica di Lettere Antiche, la quale sostiene che tale apprezzamento veniva espresso tramite una flessione dell’ipotetica radice verbale latina plăcēre da cui potrebbe essere tratta una forma riflessiva “mi piace”. A questa forma la Yaroslava ricollega il morfema “piaciate” dell’ultimo verso, che acquisterebbe così il senso incoativo di “incominciare a piacere” ovvero descrivere con un “mi piace” un inizio di partecipazione psichica e intellettuale, a ciò che è stato scritto ovvero, vedi il settimo verso, “postato”, da altri.

Volendo infine trarre una conclusione da queste riflessioni sparse, i nove versi recuperati fanno pensare ad una specie d’invettiva, di anatema, contro coloro che pur compiacendosi di ricevere molti “mi piace”, chiusi nella loro torre d’avorio, non si prendono mai il tempo di ricambiare.

 

Se non si troveranno altri frammenti di questo perduto poema, sarà ben difficile andare oltre. La “zuckerberga potestate” sfugge ad ogni tentativo di penetrazione interpretativa, mentre su “eterno duro” sono state proposte varie ipotesi, collegate a riti apotropaici, di cui però non pare opportuno parlare in questa sede.

 

Referendum NO-AVA

Proposta referendaria.
Autorevoli fonti di stampa hanno rivelato che un gruppo di scienziati californiani ha prodotto un asino volante OGM, inserendo una parte del genoma del condor delle Ande (Vultur griphus) nel DNA dell’asino domestico (Equus asinus).

 

Terribili disastri aerei potrebbero verificarsi se jet di linea o militari dovessero imbattersi in quota con questi animali. 
Non possiamo permettere che questi OGM inquinino irrimediabilmente l’atmosfera. Abbiamo quindi costituito il Comitato No-AVA (Asini Volanti Atmosferici) che si propone di raccogliere le firme per indire un referendum al fine di impedire l’allevamento di questi pericolosissimi animali.
Diciamo NO agli asini volanti!

De longitudine membrorum

Propongo questo importante contributo ai miei affezionati lettori, su un tema poco dibattuto, ma di notevole interesse antropologico.

Verso la metà degli anni ’90 la cantante  Sandra Navarro Gillette, nata nel 1974,  in arte Gillette, interpretò una sua canzone dal titolo evocativo: “Short Dick Man" 

  

Ecco il testo:[www.youtube.com/watch?v=RTXsXVFm0SE]

  

Ah, ah
Ah, ah
Ah, ah, Ah, ah
 

Ah, ah
Ah, ah
Ah, ah, Ah, ah
 

Don't want no short dick man
Don't want no short dick man
Don't want no short dick man
Don't want no short dick man
 

Don't, don't, don't, don't, don't, don't
Don't, don't, don't, don't
 

Don't want, don't want, don't want, don't want 

Don't want no short dick man
Don't want no short dick man
 

Iny weeny teeny weeny
Shriveled little short dick man
 

Don't want,Don't want,Don't want,
Don't want,Don't want,Don't want,
Don't want,Don't want,Don't want,
Don't want,Don't want,Don't want,
Don't want,Don't want,Don't want,
 

What in the world is that thing?
Do you need some tweezers to put that thing away
 

That has got to be the smallest dick
I've ever seen in my whole life
I have ever seen in my whole life
 

Get the fuck outta here
Iny weeny teeny weeny
Shriveled little short dick man
 

Don't want,Don't want,
Don't want,Don't want,
Don't want
Don't want
Don't want
Don't want
Don't want
 

Uh! Uh! Uh!
Uh! Uh! Uh!
 

Uh! Uh! Uh! Uh! Uh! Uh!
Uh! Uh! Uh!
 

Isn't that cute an extra belly button
You need to put your pants back on honey
 

Don't, don't, don't, don't, don't, don't
Don't, don't, don't, don't

 Don't want,Don't want,
Don't want,Don't want,
Don't want no short dick man
Don't want no short dick man
  

Iny wee(x15)

Iny weeny teeny weeny

 

La traduzione non richiede grandi competenze linguistiche in inglese, tuttavia allo scopo di agevolare il lettore darò qualche indicazione:

 

teeny-weeny

agg.

(colloq) piccolino, piccino, minuscolo.

 

shrivel

v. (past, p.p. shrivelled Am shriveled)

intr.

1 raggrinzirsi, raggrinzarsi, avvizzire: his face has shrivelled with age con gli anni il suo volto si era raggrinzito.

2 (to dry up) seccare, seccarsi, avvizzire.

3 (to curl up) accartocciarsi.

 

tweezers

n.pl.

pinzette f.pl.: a pair of tweezers un paio di pinzette.

 

Dopo questi preliminari, possiamo ora approfondire questo mirabile pezzo della cultura underground dei mitici anni ’90.

La signorina esprime dunque veementemente una sua preferenza personale, o meglio un suo totale disinteresse, per un certo tipo di dick. Piccolo, non le interessa: il malcapitato che si era già calato le mutande, viene sbeffeggiato crudelmente e invitato perentoriamente a togliersi di torno [You need to put your pants back on honey] e ancora [Get the fuck outta here]. E devo dire che fin qui, pur disapprovando questa totale mancanza di fair play da parte della fanciulla, siamo nel campo delle scelte personali, nella sfera intima, diciamo così, e come tali non discutibili.

Dobbiamo però esaminare, per completezza della nostra analisi,  anche un altro aspetto: l’Autrice nella sua valutazione negativa del dick in questione, non si attiene purtroppo ad una metrica digitale, quella, per intenderci che si esprime con numeri associati ad una unità di misura (per esempio centimetri), che ci avrebbe dato elementi certi di valutazione, ma ad una metrica analogica, cioè comparativa. Insomma, è come se lei avesse in mente un dick standard, del quale una copia fusa in platino-iridio, fosse depositata, come unità di misura internazionale, presso il  Bureau International des Poids et Mesures di Parigi.

A questo campione ideale ella si riferisce quando dice: “That has got to be the smallest dick/I've ever seen in my whole life” e non abbiamo alcuna ragione di dubitare delle sue competenze in proposito, ma non abbiamo modo di risalire a valutazioni oggettive del motivo di disappunto della nostra ornitometra.

Quale insegnamento dobbiamo trarne?

 

Ecco, intanto possiamo dire che l’argomento non è banale, non è una trascurabile quisquilia, se anche un'artista della levatura di Gillette se ne è occupata. Il problema poi, ancorché rilevante, non è però risolto: e si continua, più o meno discretamente, a parlarne. Onde, verum ipsum factum, saranno necessarie ulteriori disamine per arrivare a fissare quei parametri fondamentali in base ai quali un uomo potrà decidere, con una ragionevole  sicurezza, se è il caso di togliersi i pantaloni ed eventualmente altri indumenti sottostanti.

 

(Qui sotto un'immagine di Gillette)

Procacciatore di yacht

Un anno fa, il mio amico, sceicco Aglà-ben-Dur mi ha telefonato per chiedermi un favore: ordinare la barca qui sotto, costruita in Italia, perché lui in quel momento non aveva tempo di occuparsene.


Ho subito preso i necessari contatti col venditore.
“Quanto farebbe, per contanti?”, gli dico.
“Beh, dipende”, dice lui.
“Da cosa?”
“Dagli optional”.
“Ah ecco. Per esempio?”
“Non so, prendiamo la tavoletta del WC. Si può scegliere in iridio placcato oro oppure in oro massiccio. Fa una bella differenza, naturalmente”.
“Naturalmente. Allora, una cosa alla volta. Adesso chiamo il cliente e poi ci risentiamo, così questo punto lo chiariamo subito.”
“D’accordo”.
Ho telefonato allo sceicco e ho avuto l’informazione. Poi ho ritelefonato al venditore:
“Ho parlato col cliente. Mi ha detto che la vuole in oro massiccio, placcata iridio. Si può fare?”
“Certo, tutto si può fare. Costa 14.822.300 euro in più”.
“Benissimo. Adesso passiamo al prossimo optional. Cosa mi dice?”
“Dobbiamo parlare dell’elicottero di bordo. Con o senza mitragliatrici?”

Devo dire che abbiamo fatto, negli ultimi dodici mesi, notevoli progressi. Adesso stiamo discutendo del colore degli asciugamani e non so ancora quanto costa la barca. Ma in fondo questo è un dettaglio secondario.
Mi piace comprare barche!

Note di teatro

Sciampistae Laus o Sciampistas Enkomion o Elogio della Sciampista

 

La sciampista è una figura allegorica della tragedia (τραγῳδία)  moderna. Con questo termine ci si riferisce comunemente ad una donna di giovane età che, esperta nelle abluzioni della chioma e del cuoio capelluto, presta la propria opera nelle tabernae dei parrucchieri, da uomo e da donna e spesso anche in quelli in cui non si fa distinzione di genere.

La maschera (πρόσωπον) della sciampista ci mostra allegoricamente un volto femminile di gradevole aspetto, giovane e desideroso di conoscere il mondo. Accade quindi con regolarità, nell’intreccio delle tragedie imperniate su questo personaggio, che clienti maschili delle suddette botteghe, s’invaghiscano della sciampista.

Egli, inutile dirlo, è un facoltoso vir togatus di solide capacità economiche, che potrebbe senza sforzo esaudire i legittimi fremiti di ascesa sociale della fanciulla.

Ella, in queste piece teatrali, viene solitamente dipinta come ignorantissima delle sette arti liberali, ma in compenso dotata di floride poppe e invitanti e saldissimi  glutei.

La tresca si consuma, ma a questo punto interviene un’altra figura caratteristica della tragedia, l’antagonista  (ἀνταγωνιστής), tipicamente la moglie o la compagna del vir togatus, la quale tenta con ogni mezzo di cavare gli occhi alla sciampista.

Il pubblico partecipa appassionatamente alla contesa che si svolge in scena, schierandosi per lo più con l’antagonista e coprendo d’insulti la giovane rivale.

Ma noi vogliamo qui spezzare una lancia in favore della sciampista che ignara delle cose del mondo, credeva sinceramente in cuor suo di amare, riamata. Quindi è lei la vera vittima, innocente agnello sacrificale (agneau oblatif) di una situazione di coppia a lei totalmente estranea, nella quale si trova inconsapevolmente invischiata.

 

La trama si conclude con una riappacificazione, almeno momentanea, del protagonista con l’antagonista, mentre la sciampista ritorna al suo lavoro, con la serena convinzione che un giorno o l’altro saprà conquistare il vir togatus del suo cuore.

 

Love Story 2014

 

Lei era abbastanza carina, ma il suo vero punto di forza erano le tette, una sesta misura di squisita fattura e grande compostezza statica; giustamente indossava sempre, estate e inverno, indumenti dalle generose scollature. Lui era un rude lavoratore del settore agro- alimentare, un giovane serio, concreto e di buoni principi. Dopo due anni di convivenza, lei decise di festeggiare il secondo anniversario con una cenetta a lume di candela. Al brindisi, con vero champagne francese, lui la guardò negli occhi e disse: “Azz! Ma tu hai gli occhi azzurri!”

Lei pianse per la felicità. Dai tredici anni in avanti, nessun uomo l’aveva mai guardata negli occhi.

 

Lavorare su se stessi...

Mi ero detto: Agosto e Settembre li dedicherò al mio miglioramento psico-fisico, programmando cure mirate al corpo e alla mente.
Così ho comprato questi libri:
1) Come acquisire il carisma in sette settimane.
2) Come perdere sette chili in sette giorni.
3) Come imparare il cinese in settanta ore.
4) Come avere quattordici rapporti sessuali consecutivi, nell’arco di sette ore.

 

Adesso è tempo di consuntivi. 
Del cinese ho imparato tre parole (zio, minestra e soffitto, o forse soffritto, non ricordo bene, comunque assolutamente insufficienti per sostenere anche la più semplice conversazione).
La delusione con l’apprendimento del cinese, mi ha procurato una forma di lieve depressione, che si è manifestata come carenza affettiva e mi sono ingozzato di dolci per compensare. Sono aumentato di sette chili.
Il sistema per potenziare l’attività sessuale (a base di staminali di coniglio) prometteva bene, ma il prodotto è stato purtroppo ritirato dal commercio, su pressioni del Vaticano e delle associazioni animaliste. Quindi sono rimasto fermo sulle mie prestazioni standard (sette rapporti in un anno bisestile, sei negli altri).
Un vero trionfo invece il metodo per conseguire il carisma. Pensate che alla fine del corso, ho chiamato il mio gatto: micio, micio, micio… e lui, per la prima volta in tanti anni, ha trotterellato verso di me, mi è saltato sulle ginocchia e si è lasciato accarezzare.
Tirando le somme, direi che ho speso bene i miei soldi.

 

A proposito di golf: una storiella divertente

English lesson

Manure: In the 16th and 17th centuries, everything for export as "fertilizers" had to be transported by ship. It was also before the invention of commercial fertilizers, so large shipments of manure were quite common.

It was shipped dry, because in dry form it weighed a lot less than when wet, but once water (at sea) hit it, not only did it become heavier, but the process of fermentation began again, of which a by-product is methane gas. 

As the stuff was stored below decks in bundles you can see what could (and did) happen. Methane began to build up below decks and the first time someone came below at night with a lantern, BOOOOM!!! 

Several ships were destroyed in this manner before it was determined just what was happening. After that, the bundles of manure were always stamped with the instruction ' Stow high in transit ' on them, which meant for the sailors to stow it high enough off the lower decks so that any water that came into the hold would not touch this "volatile" cargo and start the production of methane.

Thus evolved the term ' S.H.I.T ' , (Stow High In Transit) which has come down through the centuries and is in use to this very day. 

You probably did not know the true history of this word.

 

Neither did I. I had always thought it was a golf term.

 

Una poesia d'autore anonimo del XXI secolo

"Canto notturno di un impostore errante del Web"

 

Le ho mandato l’essemmesse

che ci ho detto sto a Parìs

ciò l’impegni de lavoro

che mi bloccan notte e dì.

 

Le ho mandato l’essemmesse

che ci ho detto ampressa ampressa 

devo ritornar da te

che sei l’unico mio amor.

 

Le ho mandato l’essemmesse;

tu volevi farmi fessa

m’ha risposto inviperita

il mio amore, l’Annarita.

 

M’è arrivato proprio adesso

L’essemmesse del Roberto

Che ti ha visto a Quarto Oggiaro.

Oh grandissimo somaro!

 

Quindi tu non stai a Parìs,

tu sei lì a Quatrième Aujér

dove abita la vacca,

quella Pina, gran baldracca.

 

Poi m’ha scritto: l’essemmesse

che tu leggi in sto momento

te l’ho scritto mentre a letto,

il Roberto fo contento.

 

Basta, chiuso. D’essemmessi

non ne manderò mai più.

Poi le corna col Roberto… 

 

questa proprio non va giù! 

Confessioni 2.0

 Dimmi figliolo, dove tieni le mani quando vai a letto?
- Sul tablet…
- E poi?
- Mi faccio una selfie.
- Ti fai tante selfie?
- Si, don, tante.
- Non sai che potresti diventare cieco a furia di farti selfie?
- Si don…
- E non hai paura di diventare cieco?
- Si don, una paura terribile!
- Perché non potresti più studiare il catechismo, vero?
- Ecco, sì, ma anche perché non potrei più vedere tutta la gran gnocca che c’è in giro.
- Vabbé. Tre pater, ave e gloria.